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Archivio Maggio 2014

Roberto Orlandini, il medico ladro di immagini

Scritto da: donati.danilo09 il 27 Maggio 2014

“Essenzialmente, ritengo di essere un ladro d’immagini” mi ha detto al telefono Roberto Orlandini, medico, fotografo per grazia ricevuta. “Le mie foto sono un furto, e la mia macchina fotografica è l’arma che tengo sempre senza sicura nel mio sedile posteriore”. Orlandini, un po’ Robin Hood, un po’ Peter Pan, saccheggia il mondo poi, come l’eroe di Sherwood, distribuisce il malloppo, le rappresentazioni sceniche (questo è il contenuto delle sue foto), il soffio della sua poesia, a chi vuole essere parte del suo universo lirico. Roberto ama “disegnare” con ogni colore dell’arcobaleno, ma le sue foto in bianco e nero sono un tuffo nel passato: forse perché in quella coltre d’antico desidera occultare (o mostrare?) le reminiscenze della sua giovinezza. Forse, quel bianco e nero è connesso alle miniere di Monteponi (Iglesias), forse, ai visi intrisi di fango e sudore dei minatori del Sulcis, uomini che lui ha conosciuto (il padre era un dirigente di quelle miniere) e che ha osservato nel pieno del loro vigore fisico. Con il bianco, il nero e le infinite sfumature di grigio, Orlandini mostra al mondo la parte più ermetica della sua poesia, fatta di silenzi e sguardi. Ma anche di paesaggi, di mare e di barche spesso vuote ma pronte comunque a salpare o che, qualche volta, sembrano aver deciso di vagabondare solitarie verso l’ignoto o fermarsi, ma con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, per sempre. Quanta malinconia in quegli scatti: dopo averli osservati spesso, si è colti dal desiderio di voltarsi verso il proprio trascorso, per capire se quelle circostanze, quelle situazioni sono state anche parte del tuo remoto, della tua cultura. Quegli scatti inducono a una confessione laica, provocano la mente, ridanno vita e luce a cose dimenticate. Le foto di Orlandini, oltre che la cronaca dei meandri, delle sinuosità e degli intrichi di un’anima, sono anche rappresentazioni grafiche, grafiti incisioni, escoriazioni dell’anima. “Ho passato una vita a tracciare strade nel Mediterraneo: le barche non possono non far parte della mia cultura” dice ora, prima di rammentare che ha cominciato a fotografare le linee del mondo “a quattordici anni, quando le foto le sviluppavo nella mia camera oscura illuminata solo da una lampada inattinica rossa”. Dopo quelle parole si capisce qual è l’àncora del suo bianco e nero e perché lui sta ancóra aggrappato a quelle sensazioni. “L’hai visto il viso della bambina che sta rannicchiata di fianco al muro? Sembrava fosse lì perché io la fotografassi”. Ed è bello immaginare che le cose stiano davvero così, del resto, anche il vecchio che sta appoggiato al muro ad aspettare che la luce del sole lo riscaldi o l’anziano assiso sul gradino a leggere il giornale, sembrano gli attori di un destino che deve essere ancora scritto ma che già esiste, nostro malgrado.  I volti “rubati” nei viaggi mediterranei, i niqab che lasciano intravedere solo gli occhi, le vetrine colme di piccole cose, i pescatori che attraccano, i minareti che aspettano il dolente canto del muezzin, la solitudine delle vecchie miniere: sono i simboli del tempo che passa lasciando un segno.   

Di Paolo Salvatore Orrù

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