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Archivio Giugno 2014

Il BìFotofest di Mogoro: meglio ladro che fotografo

Scritto da: donati.danilo09 il 24 Giugno 2014

BìFotofest di Mogoro, meglio ladro che fotografo

Il BìFoto è un festival dedicato alla fotografia che, giunto alla quarta edizione, rinnova e approfondisce lo scopo per cui nel 2011 due giovani fotografi – Stefano Pia e Vittorio Cannas – decisero di dar vita a questo evento: avvertivano, infatti, la mancanza di uno spazio che fosse una vetrina per gli artisti – emergenti e non – oltreché punto di riferimento per gli appassionati dell’arte visiva. Il lavoro paziente e costante degli organizzatori mira a rinnovare questo principio di base e ad arricchirlo, di anno in anno, con momenti di riflessione e approfondimento. Appare fuori discussione che la fotografia sia un vero e proprio linguaggio artistico ma, d’altro canto, è sotto gli occhi di tutti – oggi più che mai – la straordinaria produzione di materiale fotografico: tutti possono realizzarla e tutti possono goderne. E’ dunque evidente l’attenzione – sebbene talvolta inconsapevole e superficiale – che la nostra società dedica alla fotografia e alla quale i curatori del festival, con spiccata sensibilità artistica, hanno deciso di riservare un momento di visibilità e approfondimento, sviluppando discussioni e confronti tra chi ne ha fatto una professione, chi desidera lo diventi e chi semplicemente, con spensieratezza e curiosità, gli riserva ritagli di tempo libero. Così, il BìFoto ogni anno accoglie una pluralità di visioni, di sguardi posati su mondi e realtà differenti che ciascun artista racconta scegliendo la propria angolatura. Strutturato come un insieme di tante mostre personali, raccolte però sotto un unico evento, il festival si dimostra da sempre attento alle diverse interpretazioni che dell’arte della fotografia esistono, offrendone così uno spaccato quanto mai ricco e diversificato.

Bìfotofest viaggia spedito, alla faccia di chi, stando comodamente di vedetta alla finestra, borbotta con malcelata indolenza incomprensibili giudizi di valore sulla fotografia in Sardegna. E sono quattro le candeline che, anno dopo anno, gli organizzatori Stefano Pia e Vittorio Cannas hanno messo insieme inventando un appuntamento di esposizioni fotografiche a Mogoro, piccolo paese con poco più di 4000 abitanti, equamente distante tra Cagliari e Oristano. Partiti in sordina e affidandosi al passa parola avevano dalla loro la voglia di voler fare qualcosa di piacevole, importante e condiviso con gli amici. Esperienza organizzativa zero, budget zero, ma fotografie a migliaia. Certo, con il digitale si fa in fretta a sommare grandi numeri, ma a cosa serve accumulare tanti scatti, inseguendo occasioni ghiotte per tutti i palati e non poterle mostrare pubblicamente perché gli spazi disponibili sono occupati da reperti archeologici, rarità medievali, croste d’arte antica, moderna e contemporanea ma mai (o quasi mai, non cambia molto) una bella fotografia esposta alla parete per essere ammirata e criticata dagli amatori del genere? Ma cosa vogliono questi fotoamatori? Una domanda che è già una condanna. Quell’appellativo sventolato come un capo d’imputazione a rifletterci bene ha accompagnato la fotografia sin dalla sua invenzione. Niépce era un militare, Daguerre un impresario di spettacoli, Herschel un astronomo, Fox Talbot un archeologo, e la lista di seri professionisti stregati dalla fotografia e che su di essa hanno costruito la loro fama è lunga quanto la storia di questa parola. L’intuizione della Kodak di fine Ottocento, poco più di una scatoletta con dentro un rullo fotografico e un pulsante, ha contribuito a rendere popolare la pratica fotografica mettendo in commercio macchine semplici ma allo stesso tempo capaci di trasformare tutti i provetti fotografi. Da allora tutti siamo diventati fotografi.

È così scandaloso farsi tacciare di “essere” fotografo? Ando Gilardi su questo mood tardo vetero salottiero ci ha costruito uno spassoso pamphlet “Meglio ladro che fotografo”, dove le argomentazioni sono taglienti riflessioni “sull’arbitrio indeterminato” che intorno alla fotografia da sempre aleggia come una nebbia. Certo i miti aiutano ad alimentare la pratica fotoamatoriale e il consumo del “sacro”, le imitazione alla maniera di, sono ormai a portata di chiunque, oggi basta un cellulare e il gioco è fatto: una bella fotografia, magari tardo vetero salottiera. Ma dov’è lo scandalo? Per fermarci all’Italia, la storia della fotografia è popolata da miti che hanno cominciato la loro attività da fotoamatori. E la pratica è così diffusa tanto da essere considerata un pilastro importante nella cultura del nostro paese. Con l’assurdo paradosso che a tutt’oggi in Italia non ci sono scuole pubbliche che insegnano la fotografia così come nelle altre parti del mondo. Per avere conferma della lunga lista di fotoamatori illustri basta scorrere un qualsiasi libro di storia della fotografia in Italia (non sono molti per la verità, ma piano piano il vuoto si sta di colmando). Nel periodo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale sino agli anni del boom economico tutte le analisi sono concordi nel riconoscere nelle associazioni di fotoamatori un ruolo importante per la crescita e la diffusione di una cultura fotografica moderna. E l’emergere di un gruppo talentuoso di fotografi appassionati e che nel tempo sono diventati famosi. I circoli del Nord Italia La Bussola di Milano, La Gondola di Venezia, il gruppo Misa sono il ritrovo dei fotoamatori che scriveranno pagine importanti della fotografia italiana e internazionale. Giuseppe Cavalli, Luigi Veronesi, Ferruccio Leiss, Federico Vender, Mario De Biasi, Mario Giacomelli, Paolo Monti, Fulvio Roiter, Gianni Berengo Gardin, solo per citarne alcuni e tacere di molti altri, erano dei convinti photo amateurs. Fotoamatori di e in Sardegna, ben’ennidos.

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